La modifica del Financial Fair Play. Perchè così non va.

Nel  Giugno del 2016 discutevo la tesi del dottorato. Dove dimostravo criticamente come il FFP non fosse all’altezza delle sfide e delle criticità del calcio europeo. A distanza di due anni le mie perplessità restano le stesse.

L’obiettivo di questo lavoro è stato quello di evidenziare come la UEFA, riconosciuta come associazione d’imprese, con l’emanazione del FFP abbia violato la normative sulla concorrenza dell’UE.

In via preliminare, si è visto come il   Joint Statement sia da considerarsi sostanzialmente   come un atto di indirizzo politico, stante la natura non giuridica dell’atto finale, nella fattispecie il comunicato. Se, infatti,  l’UE avesse voluto avvalorare giuridicamente  il FFP, avrebbe dovuto farlo attraverso l’adozione di un regolamento d’esenzione ai sensi dell’art. 101, co.  3 TFUE.

Si è visto, inoltre, come il FFP entri in contrasto con  il regime normativo della concorrenza disposto ex TFUE essenzialmente per la posizione del  requisito del pareggio di bilancio: uno strumento che impone  alle società di calcio una  limitazione delle possibilità di investimenti, che possono essere realizzati solo con le somme provenienti dai ricavi del club. Si tratta di una limitazione la cui ratio può essere rintracciata nell’obiettivo dell’UEFA di evitare l’indebitamento delle società di calcio e di imporre una gestione della società che sia basata su un lungo periodo.

Grazie all’applicazione del FFP, la UEFA finisce per controllare il mercato calcistico, essendo il soggetto che distribuisce i ricavi derivanti dalle manifestazioni sportive. Si è visto, ancora, come tale distribuzione  non avvenga in maniera uniforme tra le società partecipanti, determinando una distorsione pilotata dei possibili investimenti delle società calcistiche. È stato dimostrato come vi sia un nesso tra la vittoria delle competizioni e l’acquisto dei calciatori:   con l’applicazione del FFP si creerebbe un mercato dei top-player ed un altro di calciatori validi, ma meno decisivi, aumentando così il divario tra le grandi squadre e le piccole.

 La  violazione della normativa sulla concorrenza porta così  ad una riduzione degli introiti delle varie componenti. In particolare,  i calciatori vedrebbero i loro compensi diminuire,  la compressione della possibilità di investire ed acquistare calciatori utili a vincere i campionati determina una riduzione dell’incertezza delle partite e delle competizioni, con la relativa caduta di spettacolarità delle competizioni e, dunque, un progressivo allontanamento degli spettatori. Tutto ciò determinerebbe l’innesco di  un  circolo vizioso, il cui esito si concretizzerebbe nella perdita di appetibilità per gli  sponsor dal sistema calcio, che non vedrebbero possibilità di  utili.

Si tratta di una serie di distorsioni che finiscono per incidere anche la categoria dei procuratori, fortemente legati ai calciatori e alle società sportive: questa categoria vedrebbe  assottigliare i propri compensi, strettamente dipendenti dai  contratti dei calciatori. Emerge, pertanto, già un primo profilo critico della giurisprudenza europea, nel suo statuire la mancanza di interesse dei procuratori:  questi non ricevono pregiudizio infatti solo dal FFP, per la diminuzione dei compensi dei loro rappresentati (i calciatori),  ma anche per le sanzioni comminate ai club per la violazione di tale normativa. In caso di esclusione dalla competizioni europee,  le società sarebbero costrette a ridimensionare il proprio budget per la formazione delle rose, incidendo  di conseguenza sui compensi  dei procuratori di calcio: non si comprende come possa essere negato l’interesse dei procuratori sportivi per quanto concerne l’applicazione di detta norma.

Il FFP avvantaggia, dunque,  le società aventi un peso specifico maggiore all’interno del  sistema politico-economico del calcio, salvaguardandole da ingressi da altre realtà; non solo,  le stesse società che traggono un beneficio vedrebbero il loro mercato di riferimento diminuire, per  la riduzione dell’incertezza.

Il FFP, dunque, nasce come risposta al momento di crisi, adottando  un regolamento in linea con le politiche di austerity e adottati in altri campi.

È evidente che le soluzioni alla crisi, non solo finanziaria ma anche di valori del calcio, dovrebbero e dovranno essere altre,  ma per fare ciò serve un cambio culturale. Si dovrebbe imparare da altri modelli sportivi, come quello nordamericano, che hanno apportato dei miglioramenti dal punto di vista della sostenibilità dello sport.

In primis deve cambiare l’approccio al calcio ed allo sport in generale, che non deve essere visto come sola forma di competizione tra due avversari, ma deve essere interpretato come forma di spettacolo. Soprattutto per quanto riguarda la gestione della società da parte dei dirigenti: gli avversari non devono essere considerati nemici da eliminare,  essendo essenziali per rendere più spettacolare la competizione e generare così utili. E’ questo il punto di partenza dello stesso modello americano

Oltre al salto culturale,  si dovrà porre in essere una gestione equa dei ricavi derivanti dallo sfruttamento dei diritti della competizione, permettendo alle piccole realtà di accrescere le possibilità di investimento, consentendo loro di competere ad armi pari con i grandi club.

In un contesto di questo genere, si potrebbe ipotizzare l’emanazione di norme, tese a  calmierare i costi dei contratti dei calciatori, introducendo istituti simili al salary cap ed al salary floor.

Infine, a ciò andrebbe aggiunta una  maggior attenzione nei confronti della trasparenza, realizzata  grazie ad un controllo delle casse delle società sportive esercitato durante la stagione, e ad una partecipazione da parte dei tifosi alla gestione economica dei club, essendo difficilmente ipotizzabile il fallimento di una società, se questa è controllata dai suoi sostenitori, fermo restando la netta separazione di questi dagli organi prettamente sportivi.

Ritornando ai principi del modello sportivo americano, certamente alcuni principi sarebbero, per alcuni versi, migliori per il calcio europeo, seppure a prima vista sembrerebbero negare l’aspetto socio-culturale che caratterizza il modello sportivo europeo. Certamente sotto l’aspetto economico si può notare come il sistema nordamericano sia basato sull’equilibrio delle competizioni: le leghe chiuse determinano infatti una maggiore distribuzione di vincitori,  con il conseguente aumento di attrattività, generato da un’indubbia spettacolarità.

Un tale approccio culturale e politico  deve essere seguito da un apprezzabile apparato normativo, ma si tratta di un cambiamento che trova nella Commissione UE e nell’UEFA due muri insormontabili.

L’UE  sembra voler  mantenere lo status quo del calcio, caratterizzato da un sistema fortemente gerarchico dal punto di vista organizzativo: tutto ciò potrebbe essere dettato anche dal fatto che il TFUE tratteggia un   modello europeo di sport, caratterizzato per l’attribuzione allo stesso di un’importante funzione sociale,  ed il passaggio ad un modello sul calco di quello nord-americano implicherebbe senza dubbio un’accentuazione della componente economica.

L’UEFA, dal canto suo, ha interessi economici, come tutte le Federazioni e le confederazioni sportive internazionali, derivanti dalla gestione dei diritti riguardanti  le competizioni, e politici derivanti dalla redistribuzione degli introiti, poiché ne definisce modalità e regole. In questo contesto si possono comprendere i motivi della volontà di non permettere la creazione di leghe chiuse.

Se ci si sofferma ad analizzare il sistema sportivo americano si comprende come una caratteristica a prima vista banale, quale l’essere chiuso, e cioè non basarsi sul sistema di promozione e retrocessione delle società, determini una realtà molto più equilibrata e, nel contempo, protegga maggiormente dal rischio di fallimenti (con tutto quello che comporta il fallimento di una società sportiva).  L’accesso è definito con un accordo interno tra colui che vuole entrare come proprietario di una franchigia, che paga una fee entry, e gli altri proprietari delle società sportive della lega di riferimento. La fee di entrata, sarà successivamente redistribuita tra tutti i partecipanti. In un sistema siffatto, è  incontestabile come il controllo di colui che entra nella Lega sia scrupoloso da parte degli altri membri, che dalla competizioni hanno un utile.

Altro tassello che migliorerebbe l’aspetto delle società di calcio consiste nella redistribuzione degli introiti, assegnando alla lega un ruolo centrale nella gestione di tutti i diritti generati dall’attività sportiva. Il ruolo centrale delle Leghe, anche dal punto di vista economico, determinerebbe un tempestivo pagamento dei debiti delle società di calcio (risolvendo la problematica dei debiti attraverso il controllo e la prevenzione, ma non la sanzione come nel caso della normativa delle Licenze UEFA).

In una parola, appare  evidente come la soluzione ai problemi finanziari delle società di calcio non sia il calmieramento dei costi, che finisce per incidere su una serie di soggetti, ma  il controllo e il maggior equilibrio delle competizioni che porterebbe ad un sistema potenzialmente più ricco perché più spettacolare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *